Varanasi e il Manikarnika Ghat

250 kg di legna occorrono per bruciare un corpo di media grandezza. Un kg di legna costa circa 5 rupie. Il costo totale di una cremazione è perciò di circa 1200 rupie (più o meno 15 euro)
Il tempo necessario per terminare l’opera è di circa 3 ore. Il Manikarnika Ghat, il principale burning ghat della città, lavora giorno e notte, 24 ore consecutive, 7 giorni su 7, periodo dei monsoni e festività comprese e circa 250/300 persone vengono cremate ogni giorno.
Siamo a Varanasi, la città più santa per gli Indù. Morire qui significa liberarsi definitivamente dal Ciclo delle Rinascite e raggiungere la Mokhsa, quello che i Buddhisti chiamano Nirvana. Colui che ha il compito di appiccare il fuoco è il parente più stretto del defunto. Veste una tunica bianca e deve radersi a zero, barba e capelli. Sopraggiunge ad un certo punto con un fascio di sterpaglie, accese col fuoco di Shiva nel santuario a fianco e compie 5 giri attorno al congiunto, 5 quanti sono gli elementi. E infine, appicca il fuoco alla pira.
Solo 5 eccezioni sono ammesse nel mondo indù alla regola ferrea della cremazione: i bambini sotto i 12 anni perché sono innocenti, le donne incinte per lo stesso motivo, i Sadhu perché non hanno peccati, i morti per morso del cobra e i lebbrosi perché entrambi sono manifestazioni di Shiva. A tutti loro viene legato un masso intorno al collo, vengono portati al largo su una barca e infine gettati nel Gange. Dal momento che Varanasi è ritenuta da molti essere la città più antica del mondo, è anche considerata la più sacra sulle rive del Gange. Le persone arrivano qui da tutta l’India per pregare, prendere l’acqua sacra, fare le abluzioni e anche solo per morire. (Fonte: http://www.PimpMyTrip.it)

(In questo post non troverete nessuna fotografia delle cremazioni, fotografare è vietato e irrispettoso. Ho fotografato solamente nelle zone consentite dalla nostra guida locale)

Ausangate Trekking (Giorno 4)

“Alla terra dei Q’eros s’arriva con dieci ore di cammino a piedi, tra i 3 e i 5 mila metri perduti nelle Ande, a passo lento e respiro stanco per la rarefazione dell’ossigeno, i cavalli a seguito, carichi di tutto il necessario per accampare. Lì non c’è niente, né luce, né letti, solo acqua dal ghiacciaio e fuoco di sterco di vacca perché di alberi, a quell’altitudine, nemmeno l’ombra. Vietato ammalarsi: il primo ospedale sta a Cusco, 200 chilometri di distanza, e i cellulari, ovviamente, non prendono. Natura incontaminata, puntellata da lama e vigogne allo stato brado, la terra dei Q’eros si apre in una piega nella pancia delle Ande, fatta di licheni verdi, picchi innevati, scoscese di pietra, e acqua, tanta acqua. Lasciano il segno solo piccole orme di suole di gomma. Marcano il sentiero che per chilometri si snoda nelle valli di questa Pachamama fredda e austera..” dall’articolo “Fra gli dei delle Ande” di Diletta Varlese, l’Espresso 24 agosto 2009.

David Pellicola Facebook Page

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